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Capitanata, da reginetta a Cenerentola del grano duro

Produzione del grano ai minimi storici ed una crisi che non si vedeva da circa 40 anni. L’anno terribile per gli agricoltori è servito e dalla locomotiva del grano, la Capitanata diventa la Cenerentola con perdita – di produzione ed economiche – che pesano sul comparto.

Basti pensare che in Puglia si coltivano 350mila ettari di grano duro, di cui 250mila ettari sono di Foggia e Provincia, che rappresenta quindi il 20% della produzione nazionale (1.2 milioni di ettari). 

Ma qualcosa non è andata nel verso giusto nel 2020. Innanzitutto le temperature altalenanti di maggio, poi la scarsità di piogge in questo strano anno e soprattutto la gelata del 24 marzo scorso, quando l’Italia era alla finestra, in pieno lockdown, mentre le campagne della Provincia venivano imbiancate per 24 ore.

Una “spruzzata” di gelo che è avvenuta proprio nel momento peggiore: “La siccità ha debilitato le piante di grano e a marzo è arrivata la gelata nella fase della cosiddetta levata, ossia quando si formano gli embrioni.

Gli embrioni sono stati gelati e la spiga si è formata male dando vita a delle cariossidi poco fertili e di scarsa qualità”, spiega l’agronomo Savino Diliddo.

La produzione dunque è scesa sensibilmente, fino a toccare picchi verso il basso mai raggiunti. Si calcola che quest’anno, in provincia di Foggia, vi sia una mancata produzione che tocca tra il -30% ed il  -60%.

“Si è passati da 35/40 quintali a ettaro a 15/18 quintali ad ettaro. E’ stato un vero e proprio dramma, che colpisce inevitabilmente la parte più debole della filiera, ossia i produttori”, dice Domenico Ciccone di Copagri.

L’associazione sindacale si è attivata per richiedere misure d’urgenza “visto che molti agricoltori hanno detto che per il prossimo anno non vorranno più produrre grano duro”.

E quello che era un tratto distintivo del foggiano, ora può diventare una dannazione. Motivo? E’ un sistema che non è produttivo.

“ Quest’anno ci rimettiamo dei soldi – dice Potito Caprera, agricoltore- e i conti sono semplici: ci servono circa 600 euro per coltivare un ettaro di grano duro e i ricavi ad ora si attestano a 500 euro. Lavoriamo in pratica per perdere 100 euro a ettaro”, commenta l’agricoltore.

Mercoledì scorso le quotazioni del grano sono salite da 23 a 32 euro. Una buona notizia, che però non ripaga i produttori dei loro sforzi economici già sostenuti. Per questo si fanno strada le importazioni di grano duro da Canada, Australia, Francia, Spagna, perfino Kazakistan. Ma con che qualità?

Cosimo De Sortis, capo dei mugnai italiani, è chiaro: “Quello della qualità e delle importazioni è un falso mito da sfatare. L’Italia non produce il grano necessario rispetto alla domanda, e già di suo si rivolge alle importazioni dall’estero. Grano che comunque deve affrontare una serie di controlli stringenti e seri.

Il vero problema dell’agricoltura è che deve imparare a dare una garanzia di programmazione all’industria, solo così si può valorizzare il prodotto e conservare la qualità, che è l’iter che si privilegia con la sottoscrizione dei contratti di filiera”.

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