Cultura e territorio

L’evoluzione storica di Orta Nova: da “meschino villaggio” a “reale sito”

Orta Nova, prova tangibile dei patrimoni posseduti dai Gesuiti in Capitanata e più, in generale, nell'Italia Meridionale.

Ad Orta Nova, le tracce lasciate dai padri romani nell’architettura e nell’arte locali, soprattutto negli edifici che fecero costruire e che abitarono, sono notevoli.

Grazie all’alleanza che i gesuiti romani fecero con i Guevara, duchi di Bovino, gli stessi poterono acquistare, infatti, quattro masserie collocate nel Tavoliere pugliese, assieme all’effimero collegio di Bovino (1605-1637).

Largo e palazzo del convento ex gesuitico.
Crediti foto: Noemi Di Leva

La cittadina è sorta sul luogo in cui gli studiosi ritengono esistesse un “castello di caccia” appartenuto all’imperatore Federico II di Svevia e come accadde per le altre località vicine, fu assoggettata, dopo gli svevi, alle dominazioni angioina e aragonese.

Largo e palazzo del convento ex gesuitico.
Crediti foto: Noemi Di Leva

Con l’arrivo degli Aragonesi, nel 1418, il sito di Orta venne concesso in feudo dalla regina di Napoli Giovanna II al suo amante Giovanni Caracciolo, detto Sergianni, appatenente ai Caracciolo del Sole.

Più tardi, sotto Alfonso I D’Aragona e con l’istituzione della “Dogana delle Pecore”, il Tavoliere delle Puglie divenne pascolo fiscale e diviso in 23 comprensori, dettilocazioni.

Nel 1548 fu istituita la locazione d’Orta, considerata la più importante e la più richiesta del Tavoliere, da parte dei locati, per l’abbondanza delle erbe che assicurava il pascolo a ben 55.824 pecore.

Al pari di Ordona, nel XVII secolo fu infeudata ai gesuiti, che ripopolarono tutta la zona e che vi impiantarono varie aziende agricole.

Proprio ad Orta, infatti, i Gesuiti fondarono quella che si rivelò una grande azienda economica, detta “Casa d’Orta”.

Il territorio su cui l’azienda estendeva il suo dominio fu destinato al pascolo di una grande quantità di animali e l’impiego fisso di oltre 300 addetti.

Ad Orta, in particolare, erano presenti delle “fosse”, la cui capacità di immagazzinamento dei cereali era molto capiente. Infatti, fu anche grazie ad esse che i Gesuiti di Orta, durante la grave crisi agraria del 1764, furono in grado di distribuire pane e generi di sussistenza alle masse di affamati che calavano dall’Appennino, in cerca di cibo.

Nel 1773 si assistette all’espulsione dei padri gesuiti dai «meschini villaggi» di Orta Nova, Stornara, Stornarella, Carapelle ed Ordona ad opera di papa Clemente XIV.

L’accezione di «meschino villaggio» , infatti, non si riferisce solo ad Orta Nova, ma a tutte e cinque le colonie contadine stanziatesi nel Tavoliere.

L’attributo negativo che si riferisce probabilmente all’umiltà economica della realtà locale, proviene da uno dei documenti più noti del patrimonio cartaceo di Orta Nova, che è stato già più volte studiato e riportato in alcuni volumi di storia locale.

Si tratta della relazione sui “Reali Siti” conservata nell’Archivio di Stato di Foggia, tuttavia, una relazione senza firma e senza data, ma che è comunque riferibile ai primi decenni dell’Ottocento:

Le terre del Tavoliere che vengono denominate i cinque Reali Siti, e che sono assegnate in censuazione a’ naturali de’ comuni di Orta, Ordona, Carapelle, Stornara, e Stornarella, appartenevano altra volta in feudo a’ PP. Gesuiti.

Coloro che le coltivavano, vi avevano costituito de’ meschini villaggi. Allorché nella soppressione dell’ordine gesuitico nel regno di Napoli esse divennero delle proprietà fiscali, volle il Governo accorresse al bisogno degl’infelici agricoltori che fin allora le aveano utilizzate, aderendo alle loro dimande, e distribuendole ad essi.”

Dunque, se da una parte la presenza dei Gesuiti in Capitanata era riuscita ad assicurare fino alla seconda metà del ‘700 una solida gestione della terra alla popolazione locale e anche e soprattutto un importante assistenza spirituale e religiosa, l’espulsione portò con sé una rideterminazione degli equilibri interni ai villaggi stessi.

Infatti, oltre ad una mutazione di quello che era il contesto sociale ed economico dell’epoca, nei Cinque Reali Siti ci si avviò verso quella che potremmo definire una nuova “gestione del sacro”.

Campanile a vela del convento ex gesuitico.
Crediti foto: Noemi Di Leva

Tuttavia, in seguito all’espulsione dei Gesuiti con conseguente incamenramento dei loro beni dalla Corona, tra cui la Casa d’Orta, l’amministratore dei beni gesuitici F. Nicola De Dominicis riscontrò un sostanziale peggioramento delle condizioni delle masserie di Orta, Ordona, Stornara e Stornarella, rispetto al periodo gesuitico. Orta Nova dopodichè passò sotto gli Asburgo e i Borbone.

Alle problematiche di decrescita economica, nel 1773 il re Ferdinando IV di Borbone rispose con un progetto di censuazione, che prevedeva la coltivazione di piccoli lotti da parte di gente bisognosa, dietro pagamento di censo.

I terreni disponibili nel Tavoliere contavano 4.100 versure (unità misura di superficie agraria, in uso nelle province di Foggia e di Matera, con valore che variava da luogo a luogo: il più diffuso è di 123,45 are), esse furono assegnate a 410 famiglie, di cui 105 di Orta, 93 di Ordona, 83 di Stornara, 73 di Stornarella e 56 di Carapelle.

Nascono così ufficialmente i “Cinque Reali Siti”. I primi anni di vita della colonia di Orta, ebbero tuttavia un trascorso difficile dal punto di vista economico. Infatti, la Regia Corte pur di garantirsi gli introiti, decise di alienare a privati il dominio delle colonie.

Nel 1793 Orta veniva così venduta a Matteo Scherino e nel 1795 al duca Nicola de’ Sangro.

Campana donata dal duca Nicola de’ Sangro nel 1798.
(Foto d’archivio)

Orta Nova acquistò la definitiva autonomia amministrativa all’inizio dell’Ottocento, durante il periodo napoleonico.

I primi anni di vita di Orta furono difficili ma la dedizione al lavoro dei suoi abitanti e la grande fertilità del suo territorio determinarono in poco tempo una ripresa economica, specie nel settore dell’agricoltura.

Orta Nova, così come descritto in un documento della metà del XII secolo, deriva la prima parte del toponimo dal latino HORTUA, col significato di ‘luogo recintato, giardino, orto’; la specificazione “Nova” fu poi aggiunta con un regio decreto del 1862.

Infatti, nel 1863 con lo stato unitario del Regno d’Italia, Orta assunse la denominazione di Orta Nova, per distinguerla dalle altre località italiane.

Dopo la restaurazione borbonica e l’annessione al regno d’Italia, infatti, seguì le vicende del resto della regione, assumendo l’attuale assetto territoriale solo nel 1975, quando perse Ordona, che fu eretta a comune autonomo.

Prima ancora, negli anni Cinquanta, aveva visto uscire dalla sua circoscrizione anche Carapelle.

Tra i vari monumenti situati ad Orta Nova, oltre ai principali edifici di culto sempre di stampo gesuitico tra cui il convento con annessa la Chiesa dedicata a S. Maria delle Grazie, meritano una citazione, tuttavia, anche il Passo d’Orta e le due taverne di Orta e Ordona, in quanto edifici testimoni della presenza gesuitica nella località foggiana.

Noemi Di Leva

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