Cultura e territorio

Una giornata a Siponto: quando per essere felici ci bastava un treno

Agosto sta per terminare e i foggiani si dividono; c’è chi aspetta con ansia l’autunno e chi, invece, vorrebbe che l’estate non finisse mai. Proprio questi ultimi in questi giorni d’estate cercano di approfittare il più possibile del mare e delle belle giornate per rilassarsi coccolati dal rumore delle onde. Ma dove andare al mare senza allontanarsi troppo da casa? Se per i romani estate è sinonimo di Fregene per i foggiani vuol dire solo una cosa: Siponto.

Con Ettore Braglia, cultore di storia locale, ci tuffiamo tra i ricordi spensierati di quando eravamo piccoli, della nostra gioventù fatta di cabine, cannolicchi, nuovi amori, ghiaccioli al limone e ombrelloni colorati.

Gli ingredienti di una giornata di mare, il treno, poi la cabina e una frittata, il ricordo dell’estate passata a Siponto. Era la spiaggia dei nostri sogni, dove sotto gli occhi vigili dei genitori, e tutti gli anni, dopo la scuola, era d’obbligo quindici giorni. Nascevano nuove amicizie e nuovi amori, la mia famiglia prendeva in affitto il casotto allo stabilimento Sevi, l’ombrellone e le sedie a sdraio di tela a righe colorate le portavamo da casa.

Ci giungeva nel letto il profumo delle frittate, di pasta al sugo che mia madre era già in piedi di buon’ora per prepararle e che dovevamo portarci a Siponto con la frutta e le uova fresche per il dopo bagno. Dopo, tutti in strada per il treno delle otto. Si lottava per i posti a sedere vicino ai nostri amici, eravamo stretti e pigiati come sardine su quelle panche di legno.

Una chitarra, una voce che iniziava subito canti, scherzi ed allegria. Siamo cresciuti su quel treno per Siponto, anno dopo anno. Eravamo felici. Dal finestrino non ci si affacciava, la locomotiva a vapore ci regalava spesso carboncini negli occhi, quella diventava una giornata amara e di lacrime.

Le fermate dl treno erano tante, Amendola, Tortorella, Candelaro, il treno restava fermo qualche minuto in più, allora tutti si precipitavano giù dal treno con una bottiglia in mano a riempire l’acqua alla fontana a pompa e poi Frattarolo, Siponto, Manfredonia, ad Amendola c’erano i soliti venditori con cesti pieni di ‘ostachiene e cancèlle’, ostie ripiene di mandorle e scaldatelli a forma di cancellate.

A Siponto scendeva una fiumana di gente che s’incanalava verso il mare, si faceva il viale che portava a piazza Daino e successivamente alla pineta dove ognuno si dirigeva nel Lido o spiaggia libera che sceglieva, ai lati i venditori di fichi d’india c’invitavano all’acquisto: “Amà tagghià?”.

L’intera giornata sotto il sole a giocare con gli amici, a fare il bagno, a mangiare e spesso, intorno alle 10.00 si faceva colazione con i cannolicchi e la Peroni che erano portati e venduti sulla spiaggia da gente di Margherita di Savoia.

Per pranzo ci trasferivamo in pineta, gustavamo insieme i panini farciti con la frittata che ci avevano preparato le nostre mamme e subito dopo qualcuno che nel frattempo aveva gonfiato il proprio materassino, ne approfittava per tentare, solo tentare, di fare una pennichella pomeridiana, mentre subito dopo ci si scatenava a giocare a pallone cercando un’area della pineta che non avesse tanti alberi che ovviamente avrebbero creato intralcio, in attesa poi di riprendere il treno del ritorno alle sedici.

Di fronte alla stazione di Siponto c’era un chioschetto che, a quell’ora e dopo una giornata così intensa, rappresentava una vera oasi nel deserto; con i pochi spiccioli che avevamo in tasca riuscivamo a prenderci un gelato o una bibita fresca e quel momento, per quanto semplice, resterà uno dei momenti che si ricorda ancora con particolare entusiasmo perchè di fatto concludeva una giornata vissuta bene con i compagni giusti.

Giunti a Foggia si attraversava il sottopassaggio battendo gli zoccoli a terra a più non posso, mentre nel centro cittadino era già iniziato il passeggio. Le spalle arrostite dal sole iniziavano a bruciare.

La prima notte non si dormiva, si tentava di alleviare il bruciore con impacchi di alcool, da adulto capii che era meglio non farli. Non so bene il perché, ma quel tipo di vacanza era quanto da noi desiderato. Ci sembrava di avere tutto, ma avevamo poco rispetto ai ragazzi di oggi. Il fatto è che i nostri genitori ci avevano insegnato quel prezioso segreto che è l’accontentarsi.

Redazione

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